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 Camerone

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Davide
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MessaggioTitolo: Camerone   Lun Set 19, 2011 12:31 pm

Le truppe francesi assediavano Puebla.
Il compito assegnato alla Legione era quello di assicurare la protezione dei convogli che facevano la spola fra Vera Cruz e Puebla: 120 Km. di strada da sorvegliare in zona tropicale dove il terreno paludoso, il tifo e la terribile febbre gialla mietevano ogni giorno numerose vittime
Il 29 Aprile il Col. JEANNINGROS ricevette l'ordine di scortare un importante convoglio di armi e munizioni in partenza da Vera Cruz per Puebla. Il tratto di strada era infestato di ribelli messicani, tanto che JEANNINGROS decise di inviare una Compagnia di rinforzo incontro al convoglio.Venne designata per questo compito la 3^ Compagnia del Reggimento Straniero; il Capitano DANJOU, Aiutante Maggiore di JEANNINGROS ne prese il comando.
Il 30 Aprile, all'una di notte, la 3^ Compagnia, forte di 3 Ufficiali e 62 Legionari, si mise in cammino.
All'alba, appena giunta al villaggio di Palo Verde, l'unità venne attaccata da ribelli messicani comandati dal Col. MILAN.Il combattimento divampò subito. Il Cap. DANJOU fece formare il quadrato e finalmente,dopo aver respinto varie cariche di cavalleria, i Legionari riuscirono a disimpegnarsi ed a raggiungere l'hacienda di CAMERONE, vasta costruzione circondata da un muro alto tre metri, dove decisero di trincerarsi per sbarrare la strada al nemico.
Alle dieci del mattino i combattimenti ripresero. A mezzogiorno cadde il Cap. DANJOU, ucciso da una pallottola in pieno petto. Due ore dopo anche il S.Ten. VILAIN cadde colpito da un proiettile alla fronte. Il S.Ten. MAUDET, che aveva preso il comando contò gli uomini validi. Cinque in tutto: il cap.le MAINE ed i Legionari CATTEAU,COSTANTIN,WENSEL e LEONHARD. Ognuno di loro conservava ancora una cartuccia. Rifugiati in un angolo del cortile, le spalle al muro, attesero il nemico che era riuscito ad aprirsi un abreccia nell'alto muro di cinta. Al segnale di MAUDET, i legionari scaricarono i loro fucili sui messicani e si precipitarono sull'avversario con la baionetta inastata. Il S.Ten: MAUDET e due Legionari caddero colpiti a morte da decine di proiettili: il cap.le MAINE e gli ultimi suoi due compagni superstiti stavano per essere massacrati quando un Ufficiale messicano, nell'intento di salvarli, si precipitò su di loro gridando "Arrendetevi"
"Ci arrenderemo solo se ci permetterete di curare i nostri feriti, e se ci lascerete le armi"
"Non si può rifiutare niente a uomini come voi", fu la risposta del messicano.
Per undici ore, nonostante il caldo, la fame e la sete, i 62 Legionari del Cap. DANJOU avevano resistito a oltre 2.000 messicani, uccidendone 300 e ferendone altrettanti.
"Non son hombres, son demonios", disse di loro il Col. MILAN.
L'Imperatore Napoleone III° decise che il nome di Camerone venisse ricamato sulla Bandiera del Reggimento Straniero, e che i nomi di Danjou, Vilan e Maudet fossero incisi a lettere d'oro sulle mura dell'Hotel des Invalides a Parigi.
Nel 1892, sul luogo dei combattimenti fu eretto un monumento, che porta la seguente iscrizione:

ESSI FURONO QUI MENO DI SESSANTA
OPPOSTI AD UN INTERO ESERCITO
LA SUA MASSA LI SCHIACCIO'
LA VITA PIUTTOSTO CHE IL CORAGGIO
ABBANDONO' QUESTI SOLDATI FRANCESI
IL 30 APRILE 1863
ALLA LORO MEMORIA
LA PATRIA ERGE QUESTO MONUMENTO

Da allora ogni qualvolta passano davanti al monumento eretto a Camerone, le truppe messicane presentano le armi.

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bimboblu
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Gio Mag 10, 2012 1:51 pm

Ho trovato questo da
qui
Premetto che non l'ho ancora potuta leggere... lo farò con calma, però intanto voglio che possiate leggerla anche voi.
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Quegli uomini senza nome, dalle vite bruciate nascoste sotto l'anonymat, che scrissero le più belle pagine della storia militare francese.
LEGIONE STRANIERA: LEGGENDARIA, EROICA, ROMANTICA E TRAGICA
di MATTEO F.M. SOMMARUGA

Il 30 aprile di ogni anno, di fronte alla piazza d’armi di Aubagne, un sobborgo di Marsiglia, i veterani e le reclute del locale distaccamento della Legione Straniera commemorano solennemente la battaglia di Camerone e l’estremo sacrificio dei suoi eroi, i quali, combattendo fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia, scelsero di scrivere una delle pagine più tragiche e allo stesso tempo più belle della storia militare francese. Camerone, o come sarebbe più corretto scrivere, utilizzando la dizione spagnola, El Camarón, è una località a circa ottanta chilometri a sud ovest da Veracruz, in Messico. La mattina del 30 aprile del 1863 un raggruppamento della Legione Straniera in missione di ricognizione agli ordini del capitano Jean Danjou, un eroe della Guerra di Crimea, scelse di accamparsi nei pressi del villaggio. Sessantadue uomini in tutto, cui si aggiungevano tre ufficiali. L’avventura francese in Messico aveva avuto inizio l’anno precedente. Era stata voluta da Napoleone III, per soddisfare le proprie ambizioni e limitare l’espansione dell’influenza delle potenze anglosassoni, Inghilterra e Stati Uniti, nell’America centro meridionale. Essendo queste ultime guidate da governi liberali e a maggioranza protestante, l’Imperatore dei Francesi trovò un valido alleato negli ambienti cattolici più conservatori, fra l’altro uno dei più solidi pilastri del suo potere, sia in Europa che nel Nuovo Mondo. Il Messico infatti era stato di recente protagonista della vittoria di Benito Juarez, un guerrigliero di tendenze liberali sostenuto dal governo di Washington. Erano però gli anni della Guerra di Secessione, che, occorre ricordare, si protrasse dal 1861 al 1865, e gli Stati dell’Unione, impegnati dalle truppe confederate, si trovavano temporaneamente nell’impossibilità di far pervenire a Juarez aiuti sostanziali. Approfittando di questa debolezza, illusi dall’idea di una facile vittoria e sfruttando una temporanea convergenza di interessi con l’Austria, il governo francese creò Massimiliano d’Asburgo Imperatore del Messico.

Un dipinto d'epoca
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La monarchia ebbe vita breve e assai travagliata e, eventualità che si sarebbe ripetuta in tempi più recenti, Napoleone III dovette abbandonare definitivamente il campo nel 1867 riconoscendo la vittoria della guerriglia juarista. L’intervento non aveva però suscitato l’entusiasmo della popolazione neppure in Francia e, per non esporre direttamente i propri sudditi ai travagli di un’avventura coloniale, l’Imperatore si risolse di inviare oltreoceano i battaglioni della Legione Francese. Uomini senza passato e, molto probabilmente, senza neppure eccessive speranze del futuro, in larga parte stranieri, abituati a ben poche comodità e a privazioni di ogni genere. Alcuni di loro, anche se non sono da escludere motivazioni psicologiche, lasciavano alle spalle una vita talmente precaria che si arruolarono per sfruttare la traversata dell’Oceano. Già con l’intenzione che, una volta giunti in Messico, avrebbero utilizzato la prima occasione disponibile per disertare e cercare riparo, e fortuna, negli Stati Uniti. Molti, la maggior parte, persero la vita debilitati nel fisico, oltre che nello spirito. Dei 1918 morti che la Legione lasciò in Messico, 1601, l’83%, fu dovuto alle conseguenze delle malattie. La scelta si rivelò comunque relativamente felice, nel panorama del fallimento della spedizione. I legionari si dimostrarono una truppa valida, in grado di sopportare il peso di lunghe marce del deserto, ben addestrata al combattimento. Nonostante una significativa penalizzazione dovuta alla mancanza di montature, in una guerra condotta contro bande armate che facevano del cavallo il proprio principale mezzo di trasporto. Negli scontri diretti, i militari francesi furono sempre capaci di avere ragione del nemico, anche quando il rapporto di forze segnava uno svantaggio di cinque a uno. Per gli eroi di El Camerón, tale rapporto fu però di venti a uno. Il primo contatto con la milizia juarista avvenne all’una del mattino, dopo che i soldati di Dajou avevano inutilmente perlustrato i dintorni, durante l’intera giornata, proprio in cerca della presenza nemica.

L’accampamento venne preso d’assalto quasi alla sprovvista, ma il capitano al comando dispose tempestivamente gli uomini a quadrato e i messicani vennero facilmente respinti. Così come un secondo attacco, anch’esso infranto dalla formazione compatta e dalla precisione del fuoco dei legionari. Da parte loro, infatti, i juaristi non furono mai bravi tiratori e riposero la propria forza nella superiore mobilità. Sapendo che i guerriglieri avrebbero rinnovato gli sforzi, Danjou prese a quel punto la decisione di trincerarsi all'interno di una fattoria poco distante, l’Hacienda de la Trinidad. Una struttura quadrata, delimitata da un muro alto circa tre metri senza aperture sull’esterno. Le sentinelle dovettero appostarsi sui tetti piatti dei caseggiati. Il nemico lasciò il tempo di arroccarsi nell’improvvisata fortezza, ma il tempo non giocava a favore dei francesi, le cui razioni d’acqua si andavano esaurendo. Altrettanto improvvisamente, così come era accaduto con il primo attacco, la sentinella avvistò i sombrero dei juaristi. Ricoprivano l’intera linea dell’orizzonte, ma non caricarono. Avanzarono agitando un fazzoletto bianco e chiesero la resa della guarnigione. Danjou declinò l’offerta e fece giurare ai propri soldati che avrebbero combattuto fino all’ultimo. La cavalleria messicana non poteva infatti godere del supporto né della cavalleria né della fanteria e la possibilità di mantenere la posizione non sembrava essere tanto remota. I primi tentativi di penetrare le difese dell’improvvisata fortezza furono effettivamente spezzati, ma, il primo maggio, intorno a mezzogiorno, mentre ispezionava la posizione, Danjou venne colpito mortalmente al petto. A sostegno dei messicani erano inoltre giunti sul posto tre battaglioni di fanteria e, verso le due del pomeriggio, ebbe inizio l’ultimo atto della tragedia. I juaristi costrinsero dapprima i francesi a abbandonare le difese appiccando il fuoco ai tetti delle costruzioni.

Legionari e uniformi fine '800
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I pochi legionari sopravvissuti decisero allora di ritirarsi nel cortile centrale, pronti a tener fede al giuramento. L’assalto dei miliziani si trasformò in una carneficina. Verso le cinque del pomeriggio rimanevano in piedi solo cinque soldati, il tenente in seconda Clément Maudet, un prussiano di nome Wenzel, e tre francesi, Maine, Costantin e Catteau. Quest’ultimo si sacrificò per salvare l’ufficiale da una scarica di proiettili, cadendo esamine all’istante dopo essere stato colpito da diciannove pallottole. Nonostante l’eroico gesto, anche Maudet venne raggiunto dal fuoco nemico e gravemente ferito. I tre sopravvissuti si prepararono all’ultima carica, ma si arrestarono quando i messicani premettero al loro stomaco con le baionette. Un comandante juarista rinnovò la richiesta di arrendersi, ma i francesi vollero porre le proprie condizioni, che furono accettate. La tradizione vuole che il Colonnello Milan, al comando delle milizie, abbia commentato “Questi non sono uomini, sono diavoli”. Da quel giorno faire Cameróne è espressione utilizzata dai legionari per i combattimenti fino all’ultimo uomo. Il capitano Danjou aveva perso accidentalmente, anni prima, in Algeria, una mano, sostituita da una protesi di legno. Ritrovata fra i resti dei cadaveri, lasciati per due giorni in balia del sole e degli avvoltoi, essa è uno dei cimeli più cari ai legionari, portata in rassegna il giorno della commemorazione di Camerone da un veterano di particolare merito. Il rituale si compie fin dagli inizi del XX secolo, ma fu per iniziativa del generale Paul Rollet che la celebrazione entrò a far parte delle grandi tradizioni che ispirano lo spirito del corpo. Rollet assunse il comando della Legione Straniera nel 1919 e lo mantenne per quasi l’intero periodo intercorso fra i due conflitti mondiali. La coesione che aveva distinto i legionari fino al 1914, si era fortemente incrinata durante la Grande Guerra.

Sostanzialmente gli eroi di Camerone non avevano retto alla sensibile espansione dei reggimenti e all’impatto delle nuove reclute. In maggioranza idealisti e patrioti, nazionalisti provenienti dalle province degli Imperi Centrali, irredentisti italiani e giovani studenti americani desiderosi di battersi per la democrazia. Un insieme di caratteri ben distanti dai disperati e dagli avventurieri che lo stendardo Legione aveva fino ad allora raccolto intorno a se, con la garanzia dell’anonimato e la promessa di una nuova vita. I nuovi arrivati potevano inoltre contare su risorse economiche di cui i veterani non disponevano. La paga dei legionari era sempre stata insufficiente perfino per pagare il vino. I soldati vi ponevano rimedio vendendo il proprio equipaggiamento o, caso non raro, quello altrui. Altre volte si adattavano a lavori saltuari nel tempo libero a loro disposizione. Altri ancora, provenienti dagli strati più umili del proletariato, trovavano già un vantaggio economico i pasti regolari che venivano loro forniti. Una situazione ben diversa da quella attuale, dove la paga di una recluta, nei primi dieci mesi a Aubagne, raggiunge i 1033 euro mensili, ma sale a 3968 per la guarnigione di Gibuti e a 5318 euro dopo ventun anni di servizio. E' emblematico il caso di molti giovani legionari, i quali dovevano affrontare qualche sacrificio perfino per inviare una lettera ai famigliari. Facile immaginare come in simili circostanze si fosse costituito un corpo poco propenso a avere rapporti con l’esterno, oggetto del pregiudizio e del disprezzo della popolazione civile se non anche dei militari arruolati nelle altre armi. L’amalgamazione con i volontari fu impresa ardua e non si risolse che parzialmente. Il governo preferì istituire corpi nazionali all’interno dell’esercito o permettere il trasferimento nelle truppe regolari. Il disorientamento dei veterani si acuì quando le divise si adattarono alle necessità della guerra di trincea, e, se nei primi mesi del conflitto era facile riconoscere la figura di un legionario sul campo di battaglia, ben presto la loro uniforme non fu differente da quella delle altre unità di fanteria.

Algeria
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Questo non impedì alla Legione di rendersi protagonista di imprese eroiche, il secondo corpo più decorato dell’intero schieramento francese. I tre reggimenti del quarto battaglione di marcia della Legione, composti interamente da volontari italiani, compresi gli ufficiali, e guidati dal Tenente Colonnello Giuseppe Garibaldi, nipote dell’eroe dei Due Mondi, furono a primi a ricevere il battesimo del fuoco, il 26 dicembre del 1914, nel Bois de Bolante, sulle Argonne. Si batterono valorosamente, mischiando nelle proprie grida “Viva l’Italia!” a “Vive la France! Vive la Republique”, rievocando le imprese dei Mille e delle camicie rosse mentre strappavano ai tedeschi posizioni apparentemente imprendibili. In due mesi persero 429 uomini, ma il raggruppamento fu sciolto nel marzo del 1915 e i legionari italiani vennero trasferiti nell’esercito sabaudo. Il problema dell’amalgamazione rimase, soprattutto quando i volontari nella Legione si videro trattati dai francesi con lo stesso disprezzo riservato ai loro compagni prima della guerra. Non fu un caso se nel corso del 1915 si verificarono gravi episodi di ammutinamento all’interno della Legione Straniera, ma quando, nel 1917, furono le truppe regolari a dare segni di indisciplina, gli alti comandi militari poterono tener conto della lealtà dei legionari. Si stima che alla conclusione dell’armistizio, le perdite sofferte dal corpo si aggirassero intorno agli 11.000 uomini, di cui 4.116 caduti in combattimento. La lealtà, il cameratismo, lo spirito di corpo divennero nel frattempo le maggiori preoccupazioni dei comandi. Rollet, tuttora ricordato come il padre della Legione, si prese carico delle preoccupazioni dei reduci concentrando i propri sforzi sulla mitizzazione, se non la stessa creazione, dei simboli che avevano distinto il corpo nel periodo antecedente al conflitto. Non si tratta di banale civetteria, ma di una risposta doverosa a chi temeva di perdere, assieme alla Legione, la propria identità.

Fatta eccezione per i patrioti o i liberali arruolatisi con la Grande Guerra, i volontari erano tradizionalmente uomini senza patria, esuli, profughi o, fatto non raro, semplicemente incapaci, per motivi psicologici, ad adattarsi a quello che l’uomo della strada definirebbe una vita normale. Quando, il 10 marzo del 1831, Luigi Filippo d’Orleans, da poco incoronato Re di Francia, istituì la Legione Straniera, volle creare una valvola di sfogo per gli emarginati, siano essi stati tali per motivazioni politiche o personali, che in quell’epoca minacciavano la stabilità interna della nazione. Alcuni di loro si erano rifugiati in Francia dopo aver disertato nell’esercito di appartenenza e l’esperimento avrebbe potuto rivelarsi utile nella campagna per la conquista dell’Algeria, intrapresa in quello stesso anno dall’ultimo rappresentante della dinastia borbonica. Il regio decreto di Luigi Filippo vietava espressamente l’impegno del corpo sul suolo francese. I suoi sudditi vedevano infatti con sospetto, fin dal 1789, l’impiego di forze straniere al servizio della monarchia. Non si aveva neppure intenzione di costituire una forza d’elite, così come la Legione è attualmente concepita. Il primo comandante fu il barone svizzero Christophe Antoine Jacques Stoffel. Eloquente è un suo rapporto del giugno del 1831, in cui si lamentava che, di ventisei ufficiali in servizio alla legione, solo otto fossero in grado di svolgere gli incarichi designati. Molti di costoro erano stati piuttosto assegnati alla Legione perché caduti in disgrazia di fronte ai propri superiori, o considerati inaffidabili. I rimanenti si erano ritirati a vita privata anni prima ed erano rientrati in servizio solo perché gli ufficiali fedeli alla dinastia borbonica avevano rassegnato in massa le dimissioni. Infine l’alta concentrazione di volontari tedeschi, che non parlavano una parola di francese, rendeva necessaria la presenza di un graduato in grado di fare impartire gli ordini nella lingua di Goethe. La spedizione in Algeria, nonostante il sostanziale successo, pur limitato alla costa e alla piana intorno ad Algeri, provò profondamente la tempra dei primi legionari.

Le precarie strutture sanitari, talvolta inesistenti, erano aggravate dalla scarsità di acqua e le lunghe marce nel deserto debilitavano profondamente la salute dei militari. Nel solo luglio del 1833, 1.600 dei 2.600 legionari di stanza ad Algeri combattevano la propria guerra negli ospedali. Minacciati più dalle conseguenze del colera, del tifo e della malaria che dalle incursioni dei beduini. Gli atti di diserzione erano frequenti e altrettanto i casi di alcolismo. Problemi che avrebbero afflitto l'operatività del corpo anche negli anni successivi, aggravati, verso la fine del XIX secolo, dalla diffusione dell’oppio fra i legionari impiegati nella conquista dell’Indocina. Soprattutto il sabato sera, dopo che la misera paga veniva distribuita, i soldati la consumavano interamente, e in brevissimo tempo, con abbondanti bevute. Le cui conseguenze, per la disciplina, erano spesso imprevedibili. Le risse erano tanto frequenti che le caserme della Legione vennero spesso paragonate a un enorme ring per tiratori di box. Alle volte erano interi battaglioni a scontrarsi fra di loro e, in un episodio memorabile, dovette intervenire un reparto di fanteria per sedare il temperamento dei legionari, lasciando sul terreno una ventina di cadaveri. La Legione, pur utile ai fini dell’espansione dell’impero coloniale francese, costituiva per il governo, già nell’anno della sua creazione, un’inesauribile fonte di problemi. Nel frattempo, in Spagna, infuriava la guerra civile. Il conflitto era sorto nel 1833, con l’insurrezione della Castiglia, della Navarra e delle province Basche contro il governo liberale di Isabella II. I rivoltosi erano guidati dal generale Zumalacarregui, leale sostenitore di Don Carlos, fratello di Ferdinando II. Quest’ultimo, dopo un breve esilio in Inghilterra, raggiunse le province Basche per stabilire intorno a se una specie di corte in grado di minacciare seriamente la stabilità del regno di Isabella. Le incursioni dei carlisti insanguinavano l’Aragona, la Catalogna e i dintorni di Valencia.

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Per il governo madrileno la situazione si fece insostenibile. Luigi Filippo, nel tentativo di procurare alla Francia un valido alleato e di spezzare gli equilibri del Congresso di Vienna, accolse la richiesta di aiuti militari dei delegati di Isabella. Il sovrano non era però del tutto sicuro che la decisione potesse tornare a proprio vantaggio. Gli equilibri interni alla nazione erano delicati, inoltre il maresciallo Soult, che durante le campagne napoleoniche aveva sperimentato le disfatte subite in Spagna, sconsigliava vivamente una simile risoluzione. D’altra parte, Adoplhe Thiers, passato dalle barricate parigine al campo della monarchia dopo essere stato nominato ministro degli interni, premeva per il sostegno alla causa dei liberali. L’influenza che Thiers avrebbe potuto esercitare sull’opinione pubblica era tale che Luigi Filippo capitolò. Diplomaticamente scelse però di inviare nella penisola iberica la Legione Straniera che, in quanto tale, non avrebbe coinvolto direttamente l’esercito francese. Con una spregiudicatezza ai giorni nostri improponibile, il corpo passò sotto l’autorità del governo spagnolo. Vi rimase fino al 1839, sotto il comando del colonnello Bernelle, fino al 1836, e del colonnello Jean-Louis Baux, detto Lebeau, negli anni seguenti. La Legione maturò in quel periodo un singolare spirito di corpo e, ancor più che in Algeria, si dimostrò all’altezza del compito che le era stato assegnato. L’asperità del terreno, unita alla combattività dei carlisti, impose lunghe marce forzate e rischiose operazioni di pattuglia, ma negli scontri, pur quando le perdite erano pesanti, erano gli insorti ad avere sempre la peggio. La Legione venne anche dotata dell’artiglieria, una batteria di 39 uomini che rimase in Spagna fino al termine degli scontri. A Thiers fu però sostituito, nel 1836, il conte Louis-Matthieau Molé, accesamente contrario all’intervento nella penisola e il governo francese iniziò a trascurare le sorti della Legione. Costituì piuttosto un’altra unità, la “nuova” Legione, di stanza in Algeria.

Del suo comando, era stato insignito un ufficiale di talento, il futuro maresciallo Achille Leroy de Saint-Arnaud. La nouvelle Légion venne quasi immediatamente impegnata come forza d’urto contro Ahmed, il Bey di Constantine, una città algerina che, nel novembre del 1836, era stata il teatro di una scottante sconfitta per le truppe francesi. Una colonna di 8.700 uomini, una forza di notevoli proporzioni in una zona di guerra dove gli scontri più rilevanti non coinvolgevano solitamente che poche centinaia di soldati, era stata infatti fermata alle porte della città, trovandosi nella condizione di dover ripiegare. Quando nel 1837 i francesi rinnovarono gli sforzi contro il potentato di Ahmed, coinvolsero questa volta anche la Legione. In un assalto che rimase impresso nella memoria dei presenti e che, probabilmente per la prima volta, vide il corpo distinguersi di fronte alle truppe regolari, de Saint-Arnaud condusse i propri uomini senza risparmiarli al fuoco nemico, sapendo che, come avrebbe affermato più tardi, proprio per questo l’avrebbero seguito. La Legione non era stata creata che pochi anni prima, ma già dimostrava un carattere straordinario trasformando, quasi miracolosamente, sotto la guida di un ufficiale capace, un gruppo di reietti dalla società ben poco avvezzo alla disciplina, in una formazione imbattibile. La Legione, protagonista dell’espansione coloniale francese, nel Tonchino, in Indocina, a partire dal 1883, nel Dahomey, nell’Africa Equatoriale, fra il 1892 e il 1894, in Madagascar nel 1895, in Marocco dal 1903 al 1934, e strumento della più spregiudicata diplomazia di Parigi, in Crimea come in Italia, nel 1859, si preparava a diventare una nuova patria per chiunque non fosse stato di accettare quella che il destino gli aveva assegnato. E l’intervento di Rollet mirava a rafforzare tutte quelle tradizioni che l’avevano rese tale. Legio, patria nostra, fu il motto che, a partire dagli anni del suo comando, ogni militare al servizio della Legione volle far proprio. A Rollet si deve anche l’identificazione del kepì bianco come il tradizionale copricapo dei legionari.

Indocina
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Contrariamente a quanto possa credersi, il kepì venne raramente indossato prima di quel periodo. Le fotografie ingiallite delle guarnigioni che, prima del 1900, operavano nel Nord Africa francese, avevano però colpito a tal punto l’immaginazione che, nella mente degli stessi militari, si creò l’idea quello dovesse diventare l’elemento distintivo di ogni legionario. Similmente Le Boudin, una marcia composta da un certo mensieur Wilhem, iniziò ad accompagnare i soldati della Legione in parata. Eletto a quartier generale la piazzaforte di Sidi-bel-Abbès, un villaggio senza una particolare storia sorto sulle coste algerine intorno al 1700, il corpo, circondato da un’aura mistica, attirò, a partire dagli anni ’30 un numero sempre più consistente di avventurieri. Caratteri però sostanzialmente diversi a quelli che vi si arruolarono prima della Grande Guerra, motivati dalla ricerca di emozioni forti piuttosto che dalla reale necessità. La garanzia, per chi lo desiderasse, dell’anonimato, non faceva altro che contribuire all’alone di mistero che circondava i legionari. Si racconta che in un’occasione un colonnello abbia chiesto a un volontario russo quale professione avesse svolto prima di quel momento. E che egli, di tutta risposta, abbia esclamato “J’etais colonel, mon colonel”. Se non tutti i legionari erano i rampolli diseredati delle grandi famiglie europee e tantomeno ex ufficiali della cavalleria zarista, accadde di tanto in tanto entrassero effettivamente nel corpo personaggi di rango che, per ragioni di opportunità, preferissero presentarsi in incognito. È il caso del legionario Battaglia, arruolatosi nelle file del Primo Reggimento nel corso del 1944. Distintosi per il proprio valore in Francia e in Germania, fu rilasciato, in prossimità dello scadere del contratto di cinque anni, nel 1948. La sua vera identità venne rivelata solo negli anni cinquanta quando in Italia venne pubblicato Legione è il mio nome, a firma di Giuseppe Bottai. Ministro dell’educazione durante il ventennio fascista, Bottai non si dimostrò mai eccessivamente soddisfatto dell’alleanza stretta con il Terzo Reich e, sentitosi tradito dai tedeschi, decise di vendicare il proprio onore, e quello dell’Italia, affrontando di nuovo la guerra.

Questa volta nel campo degli alleati. Altrettanto sorprendente fu scoprire che, dietro il nome del legionario d’Orlac, ordine di matricola 10681, in servizio a Sidi-Bel-Abbès dal 1939 al 1940, non si celava altri che il Conte di Parigi e Principe d’Orléans, discendente diretto di Luigi Filippo. Nonostante la presenza di tanti nomi illustri, la Seconda Guerra Mondiale si rivelò, per la stessa coesione dello spirito del corpo, ancor più traumatica di quanto non fosse stata la prima. Con l’affermazione dei nazional socialisti in Germania e, in misura ancor più significativa, con la fine della Guerra di Spagna, nella Legione si riversò una massa variegata di volontari. Ex combattenti nelle milizie repubblicane, rifugiati politici, intellettuali perseguitati dal nuovo governo tedesco, cechi e austriaci in fuga dall’espansione del Terzo Reich, e un numero altrettanto nutrito di ebrei provenienti dall’Europa centrale e orientale. Questi ultimi, in genere dotati di un elevato livello di istruzione, si dimostrarono poco adatti alle manovre militari, ma, anticipando la combattività dell’esercito israeliano, diedero inaspettatamente un’ottima prova di se sul campo di battaglia. Nociva fu invece la presenza di elementi estremamente politicizzati, arruolatisi per combattere il fascismo piuttosto che per servire la Legione. Non solo i legionari erano stati fino ad allora poco adatti a discutere opinioni politiche, ma in genera avevano vissuto in un mondo del tutto alieno a quanto accadesse al di fuori. Per i veterani era inconcepibile trovarsi di fronte anarchici e comunisti che cercavano di sostenere le proprie tesi. La frattura all’interno del corpo era tale che i militanti di sinistra abbandonavano di proposito, nel corso di una missione, un compagno ferito che non condividesse le proprie idee. Lo scontro all’interno dei reparti della Legione sembrò quasi irreparabile durante gli anni dell’occupazione tedesca del suolo francese. Nel maggio del 1940, prima ancora che la Wehrmacht potesse piantare la propria bandiera a Parigi, il corpo era stato impegnato con successo, anche se solo temporaneo, contro la base tedesca di Narvik, in Norvegia.

Un assalto condotto con lo spirito della guerra del deserto su una distesa di neve e contro un nemico che, oltre a godere del vantaggio numerico, aveva a disposizione il miglior equipaggiamento all’epoca disponibile. Lo sbarco alleato in Norvegia fallì però miseramente e i militari francesi furono evacuati. Il dramma vissuto dai soldati della Legione ebbe però inizio alcuni mesi dopo, con l’istituzione della Repubblica di Vichy. Alle singole guarnigioni si presentò l’opportunità di prestare fedeltà al governo filotedesco di Petain o seguire le sorti degli Alleati. Il sesto reggimento, di stanza in Nord Africa, preferì seguire il destino dei temporanei vincitori, la 13esima Demi-Brigade scelse invece lo schieramento gollista. Negli anni seguenti, in Siria come in Nord Africa, i legionari si sarebbero trovati l’uno di fronte all’altro a render conto delle proprie scelte. Decisi a non arrendersi senza combattere, la soluzione adottata dai militari del sesto reggimento fu quello di sparare alcuni colpi senza prendere la mira prima di accettare la vittoria alleata. Se l’idea poté evitare uno spargimento di sangue, non fu in grado di impedire la morte di alcuni uomini. Si riuscì comunque a ottenere che la Legione ritrovasse la propria unità, ma pochi avrebbero immaginato i sacrifici che l’avrebbero attesa in tempo di pace. Il 20 novembre del 1946, le truppe nazionaliste di Ho Chi Minh, guidate dal generale Vo Nguyen Giap, diedero inizio allo guerra per la liberazione dell’Indocina dal giogo francese. I guerriglieri, equipaggiati di armi moderne, in larga parte raccolte dai campi di battaglia in Corea o fornite dal governo della Cina comunista, si rivelarono una forza temibile, in grado di compiere manovre complesse e muoversi a proprio agio nella fitta vegetazione. I legionari, destinati a versare il più alto contributo alla guerra, fra le formazioni militari francesi, avevano fino a quell’epoca considerato l’Indocina un’assegnazione riservata ai veterani meritevoli di riposo. La paga era in genere più alta che in Nord Africa e le donne locali si offrivano, per pochi soldi, di svolgere le mansioni di una moglie temporanea.

Le congai, così veniva chiamate le amanti asiatiche dei legionari, non solo erano servizievoli e premurose, garantivano ai legionari un letto comodo in cui dormire e preparavano loro il bucato, ma si dimostrarono, anche nei momenti più critici del conflitto, delle compagne fedeli. Del tutto inutile fu infatti il tentativo dei guerriglieri comunisti di utilizzarle come spie nel campo avversario. In Indocina, la Legione si arricchì di reggimenti aviotrasportati, cui gli alti comandi fecero ampiamente ricorso ogni qual volta si dovevano confrontare con la maggiore mobilità dei guerriglieri. Forse con eccessiva confidenza, come avrebbe dimostrato la battaglia di Dien Bien Phu e l’evacuazione definitiva dell’impero francese in estremo oriente. Era il 1954 e in quello stesso anno aveva inizio la Guerra d’Algeria. L’FLN, il Fronte di Liberazione Nazionale, guidava la rivolta della popolazione musulmana contro la presenza europea. L’Algeria era però anche la patria di oltre un milione di coloni europei, i pied noir, e della stessa Legione. Il nemico non era altrettanto preparato delle truppe di Ho Chi Minh, e l’esistenza dell’FLN era costantemente minacciata da lotte interne apparentemente irrisolvibili. Nel 1959, dopo una dura campagna condotta dal generale Challe, e in buona parte per merito dei soldati della Legione, oltre che per la disponibilità della copertura aerea fornita dagli elicotteri, l’Algeria poteva dirsi nuovamente pacificata. Non la pensava però così il generale De Gaulle il quale, conscio dell’impossibilità politica di mantenere un impero coloniale, preferì abbandonare il Nord Africa annunciando alla televisione che la grandezza della Francia sarebbe stata in Europa. La lealtà degli uomini della Legione fu duramente provata e, mentre ad Algeri i pied noir ergevano le barricate, i militari dimostravano apertamente la propria simpatia nei confronti dei coloni. Si tentò la strada del putsch e della rivolta, ma alla fine il buon senso prevalse e, nel 1962, l’Algeria ottenne la propria indipendenza.

Lo shock per i legionari fu tremendo. Mai avrebbero potuto pensare di dover abbandonare la roccaforte di Sidi-bel-Abbes. La storia del corpo però non morì. In Chad fra il 1969 e il 1978, a Kolwezi, in Zaire, nel 1978, dove accorse in aiuto delle forze governative per fronteggiare una spedizione della guerriglia comunista, in Libano nel 1982 e ancor più recentemente nella prima Guerra del Golfo e nell’ex-Yugoslavia, la Legione mantiene un ruolo di primo piano all’interno degli interventi militari francesi. Pur essendosi adeguata, mantenendo la flessibilità che l’ha sempre contraddistinta, alle esigenze delle operazioni di pace, nell’ambito delle iniziative dell’O.N.U. e della N.A.T.O. Si compone attualmente di nove reggimenti, di stanza a Gibuti, sul territorio metropolitano, a Aubagne, nella Guinea Francese e in Polinesia, accogliendo al proprio interno 7867 uomini. Non ha però abbandonato né il proprio carattere né le proprie tradizioni, il kepì bianco e l’anonymat.


BIBLIOGRAFIA

The French Foreign Legion, di Douglas Porch - Harper Perennial, New York 1991
Life in the French Foreign Legion, di Evan McGorman – Hellgate Press, Oregon 2000
Legionnaire, di Simon Murray – Pan Books, Londra 1978
The siege of Dien Bien Phu, di Bernard B. Fall – Da Capo Press, New York 1967
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Gio Mag 10, 2012 3:30 pm

Ho letto molto molto rapidamente, ed a tratti, tutta questa pagina
Non so da dove venga, ma ci sono tante, tante, tante inesattezze, cose sbagliate, cose mescolate...
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Gio Mag 10, 2012 3:58 pm

Ecco... speravo fosse qualcosa di ben fatto ed invece...

Posso pure cancellare forse...
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Gio Mag 10, 2012 4:59 pm

si !!! bimbo ai bagni!!! se vuoi ti presto il mio spazzolino....
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Gio Mag 10, 2012 5:05 pm

No, no
Assolutamente no !
E' da tenere tutto

Noto solamente che ci sono sempre una montagna di imprecisioni, ma tutto quello che hai postato é da lasciare, perché in ogni caso c'é tanto del vero
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Gio Mag 10, 2012 5:14 pm

grazie a davide e bimboblu per questedue note sulla storiadella Legione!
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Ven Mag 11, 2012 1:53 pm

Bellissima questa discussione!
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Ven Mag 11, 2012 2:38 pm

Beh, Orange, allora direi che Davide va messo di servizio, a modificare quel che sa essere sbagliato e sottolineare quello su cui ci siano dubbi

Tu, poi, che credo abbia la miglior conoscenza dei fatti, correggerai ciò che Davide segnala
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Davide
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Ven Mag 11, 2012 3:03 pm

Comoda così bimboblu... hai voluto integrare un mio post di quasi un anno fa... ora sono 'zzi tuoi... su, al lavoro!!!
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Ven Mag 11, 2012 3:17 pm

Tuuuu.... tuuuuuuuu hai aperto questa discussione!
Ti pare che LPN possa stare senza una disamina ben fatta delle gesta di Camerone??
E allora!!

Io, doverosamente, ho dato una mano e...


...mo' me la vado ben bene a lavare... insieme all'altra


E poi sono ignorante: per me può esser tutto buono o tutto balordo... il cultore sei TU!!!
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Sab Mag 12, 2012 2:32 pm


BATTAGLIA DI CAMERONE

La battaglia di Camerone fu uno scontro armato avvenuto in Messico tra la Legione straniera francese, durante l'Intervento francese in Messico dal 1861 al 1867 che portò Massimiliano d'Asburgo a regnare in quel Paese, alla sua fucilazione con la sconfitta delle truppe francesi da parte di Benito Juarez.
Un reggimento della Legione era sbarcato in Messico il 26 marzo 1863 a Veracruz. Il 30 aprile 1863, nel villaggio di Camerone (Camarón de Tejada), La 3ª compagnia del 1º Reggimento straniero camandata dal capitano Jean Danjou, fu attaccata e decimata, nonostante il valore dei legionari, dai patrioti messicani, guidati dal colonnello Francisco de Paula Milan. I legionari rifiutarono d'arrendersi e si coprirono di gloria sacrificandosi contro un numero maggiore di insorti messicani nell’intento di proteggere un carro carico d’oro.

Quel giorno di gloria è tutt'oggi ricordato come la festa del Corpo e la cerimonia della battaglia di Camerone si celebra a Aubagne, e un legionario fa il portatore della reliquia della mano di legno del capitano Danjou.

(tratto da wikipedia)
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Sab Mag 12, 2012 3:50 pm

Alcune inesattezze anche qui
- Camerone non era un villaggio
- La missione non era di proteggere un carro carico d'oro
- La cerimonia non si celebra a Aubagne, ma in ogni posto dove la Legione é presente
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MessaggioTitolo: Re: Camerone   Dom Mag 13, 2012 9:02 pm




IL 30 APRILE 1863: CAMERONE
Nei panni del capitano Danjou
nicola zotti

Siamo in Messico nella primavera del 1863. L'avventura di Massimiliano d'Asburgo era agli inizi. Come forse saprete, Napoleone III con una spedizione militare cercava di far diventare il fratello di Francesco Giuseppe imperatore di questo paese, per riuscire in qualche modo a rifarsi dei soldi persi dalla Francia quando il presidente Benito Juarez aveva sospeso il pagamento del debito estero.
Era in corso un decisivo assedio a Puebla, ultima barriera prima di Città del Messico, dove i francesi avevano intrappolato un'armata nemica ma non riuscivano ad averne ragione.

La base francese sulla costa, Vera Cruz, distava da Puebla circa 250 chilometri di terreno paludoso, infestato, più che dagli insetti, da bande di guerriglieri juaristi che impedivano il passaggio dei rifornimenti.

Il comandante della spedizione francese, generale Forey, non avendo un compito peggiore di questo in cui impegnarli, destinò allora il contingente della Legione Straniera - due battaglioni al comando del colonnello Jeanningros - al presidio della strada Vera Cruz-Puebla.

Ben presto febbre gialla, malaria e pallotte juariste iniziarono a far pagare un pesantissimo prezzo alla Legione.

Per di più Puebla reggeva, perché ai francesi mancavano cannoni pesanti per abbatterne le mura.

Quando finalmente arrivò l'artiglieria pesante, il convoglio iniziò a procedere lentamente verso Puebla, e spettava ai legionari assicurarne l'arrivo a destinazione.

Jeanningros aveva destinato due compagnie per questa missione, ma una spia indiana lo informò che i messicani erano venuti a conoscenza della partenza del convoglio e avevano programmato di attaccarlo non solo con i guerriglieri, ma anche con un contingente regolare formato da numerosi squadroni di cavalleria e da tra battaglioni di fanteria: una forza valutabile approssimatamente in almeno tremila uomini.

Jeanningros decise allora di destinare la 3a compagnia del primo battaglione, di stanza a Chiquihuite, ad una ricognizione in forze ad est con molteplici scopi: individuare il nemico, e aspettare l’arrivo del convoglio al villaggio di palo Verde per rinforzarne la scorta.
___________________________________________________________________________
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